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sabato 29 ottobre 2016

Pendolo.

Quando si è pendolari è tutto più complicato.
Il rapporto con la città, tanto per cominciare.


Trattenersi per più dello stretto necessario comporta vincoli organizzativi e pianificazioni minuziose, ritmi assurdi e dispendio di energie.
Gli orari dei mezzi sono come pesanti catene che per tutto il tempo si finisce per portarcisi appresso, a cui ogni altra cosa è subordinata. Non rischiare di perdere l'ultimo treno, una questione deontologica.

Tutto ciò che prescinde dagli affari che si devono sbrigare – che si tratti di lavoro, studio o commissioni periodiche – ti accade sotto gli occhi e tutto intorno, ma non ti appartiene mai, non ti tange davvero... come se fosse lontano.
I problemi, gli eventi, le persone, le relazioni, le possibilità, si fanno inconsistenti e si distanziano dal sottile momento in cui si inizia a controllare l'orario per non rischiare di far tardi.

L'unica cosa a cui senti di appartenere, nella monotona vorticosa quadriglia giornaliera tra provincia e città, è il treno. Ambiente di transizione, che mastica via i binari e il tempo, fermata dopo fermata. Teatro di quotidiana disperazione e ordinaria rassegnazione. Qualche volta, complice o galeotto di incontri, o anche solo di sguardi tra individui curiosi.

Casa è inutile, privata di qualunque attrattiva, un dormitorio, salvo rari casi.

La città, una fucina di vita mondana brulicante e irraggiungibile, che si evolve alle tue spalle.

La routine, un susseguirsi di corse e tempi morti.

E nel mezzo, seduto nel vagone a rimuginare, sospeso a metà strada tra due realtà aliene, ci sei tu.

domenica 23 ottobre 2016

APOLIDE (F:)

All'inizio di quest'estate, mentre stavo attraversando uno dei miei periodi più critici, la cui perigliosità era data da qualcosa come quattro o cinque appelli d'esame nel giro di poco meno d'un mese, il mio vecchio pc ha iniziato ad abbandonarmi. E non avrebbe potuto scegliere momento peggiore: mancavano due giorni all'esame di chimica organica, l'ultimo prima dell'agognata pausa estiva, e io non avevo più voglia neanche di provare a passarlo. I miei livelli di stress erano tali che se guardavo il libro iniziavo a pensare alle domande che mi avrebbero potuto fare all'esame, e in tutte le ipotesi mi vedevo incapace di rispondere in modo pienamente corretto. Seguivano accessi di pianto. Ma questa è un'altra storia, tant'è che la sera in cui il pc decise di freezare sulle slide di chimica ricorsi al sostegno psicologico della mamma, trovai la forza di reagire, andai a fare l'esame e presi pure un voto alto da far schifo.

Le condizioni del computer però non hanno fatto che peggiorare da allora. E nel frattempo sono successe diverse cose, per cui mi ritrovavo ad aver bisogno di un supporto informatico di qualche tipo per lavorare decentemente. Così, un giorno, ho copiato lo stretto indispensabile su una chiavetta, e quella chiavetta è diventata Apolide. Ogni volta che la apro dal computer dei miei mi travolge un'ondata di poesia.

Sarà che il concetto di apolide mi ha sempre affascinata, forse in una certa misura mi appartiene. Come se non riuscissi mai a sentire che appartengo davvero ai contesti in cui mi trovo. Sempre un po' inadeguata. Ogni tanto mi sembra che vada meglio, che non sia poi vera tutta questa storia di io che non mi riesco ad inserire e della mia vita che sembra normalissima ma una parte di me continua a sostenere che non lo è. Poi realizzo che era un'illusione. Mi illudo di illudermi. Forse dovrei solo pensare di meno e reagire di più. Tanto più che se mi sforzassi un minimo, probabilmente riuscirei anche a costruire qualcosa intorno a me, e i weekend non sarebbero più un'alternativa tra il nulla cosmico e l'"uscire di casa è una pausa di breve durata che alla lunga non sarà servita". Tutto sommato non credo neanche di saper definire esattamente che cosa cerco da un'amicizia o da una relazione, che cosa non mi soddisfa mai, che cosa dà quel senso di profondità alle cose che nelle relazioni sociali altrui vedo e nelle mie no.

Ogni volta che ci penso concludo sempre che il mio problema è questo bisogno insensato di ingigantire i miei problemi e romanticizzarli, o crearne dove non ce ne sono. E però, il senso di vuoto e di non appartenenza permane, anche quando trovo il modo per dimenticarmene.

sabato 26 marzo 2016

Tempo libero.

Io non voglio vivere
aspettando
la fine
di un'ora
e poi
la fine
dell'ora
che segue.

Io voglio che ogni ora sia
vita,
respiro e ricerca,
errore e passione,
impegno.

Non più fabbricarsi gabbie di fumo,
Non più sentirsi alieni ingranaggi
incastrati nella folle corsa del mondo,

ma solo
essere liberi
come il tempo.

sabato 13 febbraio 2016

Valentine blues.

Sarebbe potuta andare diversamente. Quasi riesco a distinguere, nella matassa di pensieri fumosi che ho in testa, la sagoma di noi due che balliamo, ci prendiamo, ci lasciamo, ci riavviciniamo e giriamo in tondo, seguendo la musica, lentamente ma con trasporto, come nel mezzo di un sogno.

Invece l'unica cosa a cui la musica fa da sfondo è l'ultimo treno della sera, che mi riporta verso casa, stazione dopo stazione. E l'unica cosa che si vede fuori dal finestrino, nel buio di questo sabato inutile, è qualche lampione solitario, luci aranciate che oscillano mentre il treno curva e sobbalza, lentamente, seguendo la musica. E di fianco al finestrino, ci sono io. Sola.

E penso che domani è San Valentino e forse tu nemmeno mi penserai, perché tanto comunque non stiamo più insieme da due settimane. O magari mi penserai, e ti dirai che hai fatto bene ad agire così, pur di non soffrire oltre. O forse, forse ti manco almeno un po'. Io, dal canto mio, continuerò a torturarmi col pensiero che avrei potuto cambiare le cose. Che ho avuto possibilità innumerevoli di agire in modo da far andare a finire le cose così: noi due che balliamo, seguendo la musica, lentamente ma con trasporto. E sarà il San Valentino più malinconico di sempre.

giovedì 8 ottobre 2015

Stress.

Forse dovrei prenderla un po' più alla leggera, questa storia dell'università.
"Quarto giorno di uni e tutto va bene", ho detto oggi a non so bene quante persone. E invece tutto va bene per un cazzo.
Sicuramente il fatto che io abbia deciso di iniziare a frequentare da pendolare non aiuta. Un'ora e mezza all'andata e un'ora e mezza al ritorno ogni giorno finiscono buttate nel cesso, detta proprio brutalmente.
E poi in generale mi sembra di annaspare, di non avere il tempo di fare nulla. Perché sì, mentre sono sul treno di ritorno afferro un post-it e ci scrivo "Scaricare dispense bio animale", "Continuare formulario", "Rivedere appunti". Ma poi arrivata a casa sembro essere totalmente incapace di concentrarmi sulle cose. E quindi non faccio nulla, almeno fino a ora di cena. Dopo la cena almeno un po' di pace la trovo. Prima è tutto un genitori che chiedono favori, fratelli affettuosi che vogliono le coccole, tutti che vogliono sapere com'è andata la tua giornata. Ma come vuoi che sia andata? Sono andata a Bologna, ho fatto lezione, sono tornata, è stato interessante anche se stancante, fine.
In generale ho paura di questa sostanziale chiusura verso il mondo, perché non è da me. Ho paura di tutto. Arrivata a casa vorrei veramente mettermi lì e raccontare la mia giornata. Ma vorrei anche suonare, spulciare della buona letteratura, guardare gli appunti e gli approfondimenti, sentire i miei amici, uscire a fare un giro. Ma non ci riesco, perché qualunque cosa io scelga di fare vengo interrotta da qualcos'altro di più urgente. Oggi poi sono arrivata al colmo.
Prima ho incontrato un ragazzo che ha fatto la mia scuola superiore, quindi ci conoscevamo di vista. Già che c'ero mi sono seduta e abbiamo iniziato a fare chiacchiere. Ma non vorrei esattamente averlo fatto, col senno di poi. Abbiamo parlato per quaranta minuti buoni esclusivamente di vita universitaria e di quanto faccia male alla salute. Il quadro che è emerso è che la sensazione di arrivare a casa e voler morire non è affatto una cosa momentanea che passerà nel farci l'abitudine, ma sarà sempre così se non peggio. In più è statisticamente quasi certo che prenderò su del peso e finirò per avere problemi alla vista a furia di star sui libri. Il quadro che è emerso, in definitiva, è che per quanto finga di essere entusiasta, vorrei solo scappare via da questa cosa, perché mi rifiuto di credere che la vita di un universitario sia sempre e solo così, ma a quanto pare lo è.
Dopo questo idillio, arrivata a casa pensavo di mettermi a leggere qualche articolo di biologia e scaricare qualche dispensa. Solo che prima dovevo salutare tutti, recuperare la voglia di vivere, sistemare la mia stanza, aiutare ad apparecchiare, già che c'ero anche cenare, solo che poi dopo cena è saltato fuori che erano finalmente arrivati i DVD di un concerto fatto ad agosto e quindi che figata, guardiamo questi benedetti DVD, e i DVD non partivano, e provali sul tuo computer per piacere, va bene mamma, ci provo sul mio pc ma non partono lo stesso, per favore aiuta tuo padre a scaricare quel programma, mamma ma guarda che se cerchi su internet lo trovi, comunque ora arrivo e ci guardiamo.
Mia madre ha deciso che ero troppo irritabile per i suoi gusti e quindi ha pensato bene di aiutarmi a superare questo momento di sconforto e disperazione sbottandomi contro urlando qualcosa del tipo "Certo che rapportarsi con te è veramente difficile, hai un atteggiamento strafottente, per i cazzi tuoi c'è sempre tempo mentre per le cose mie non è mai il momento buono, va bene che devi studiare ma la parolina chiave è collaborazione, adesso sei più grande e dobbiamo entrare in un altro meccanismo".
E ok, sì, in questi giorni ti ho risposto male tante di quelle volte. E hai anche tu stress che ti piove addosso da tutte le parti. Ma stasera, che mi stavo impegnando anche molto per non essere troppo acida e non rispondere troppo male come i giorni scorsi, perché devi far saltare fuori questo? A parte che porca miseria, devo studiare per davvero. Almeno finché cerco di capire come giostrarmi, sembra che sia troppo chiedere di essere lasciata stare un attimo. Se me ne vado a Bologna a stare con delle coinquiline, mi rimprovererai perché non sono a casa ad aiutarti a fare la cucina? Ma per favore.
Mi scoccia davvero che lei mi dica queste cose, come se fossi una buona a nulla. Magari lo sono pure. Non lo so.
Mi viene la tentazione di chiudermi a riccio, non pensare più a niente e a nessuno e andare in giro col paraocchi e i tappi alle orecchie, magari anche curando poco l'aspetto, perché non sembra, ma anche quello è un dispendio di tempo ed energie non indifferente. Ha un bel da dire mia zia. Ogni volta che mi sente al telefono se ne esce con un "Mi raccomando, non uscire mai di casa sciatta e struccata, vestiti bene, capelli puliti e tutto, perché il primo impatto è quello che conta" e bla bla bla. Quattro giorni a inventarmi abbinamenti decenti tra i pochi panni che ho e già non ne ho più voglia. Se non riesco a truccarmi la mattina secondo lei dovrei farlo in treno o in bagno prima di lezione. Seriamente. Seriamente. La cosa è che il primo impatto è davvero quello che conta. E quindi per quanto mi possa sembrare sciocco e superficiale un discorso del genere, provo lo stesso a fare del mio meglio, vestendomi con qualcosa di carino quando vorrei solo rifugiarmi in una felpa gigante dove andare definitivamente in letargo. Perché io sono sicura che prima o poi ci cadrò, in letargo nella felpa. E sono anche piuttosto sicura che il giudizio degli altri sul proprio conto sia minato dall'aspetto e dal modo di apparire che si ha. Odio pensarlo. Ma lo so per esperienza, in pratica.
A me sembra semplicemente di stare annegando in un vortice di cose. Pressione e paranoie da tutte le parti. Sprechi di tempo come perdite di acqua in un rubinetto. E quel tipo che ho beccato in treno mi ha detto che un suo compagno era andato in esaurimento nervoso, mentre chiacchieravamo amabilmente. Secondo me prima o poi ci arriverò anch'io. Tra un paio di mesi o forse uno solo, o forse tra una settimana. Si accettano scommesse.

Ragazzi, l'università fa male, non provateci a casa.

lunedì 14 settembre 2015

Rivincita.

Alle volte, le persone che sembrano più normali sono quelle che hanno i disagi mentali più pesanti.
Lui è una di quelle persone. Lo vedi camminare per strada, andare al lavoro, fare la vita del pendolare come una persona normalissima. Se ci parli sa essere veramente simpatico, infarcisce le conversazioni di umorismo arguto e verve di uomo del sud, e se la ride sotto i baffi quando vede che una sua battuta suscita l'ilarità generale. Una brava persona.
Poi ritorna a casa, e per la maggior parte del tempo, non fosse per piccoli dettagli, si comporta come un normalissimo padre di famiglia.

Prima, a cena, si è esplicato uno di questi piccoli dettagli.

Ero tranquillamente seduta a tavola - per la precisione a capotavola, dalla parte opposta rispetto al divano - e stavo finendo la cena. Avevo di fronte a me l'insalatiera e tre o quattro ravanelli appoggiati sul tavolo, in attesa di essere divorati. I miei fratelli si erano già alzati, avendo finito di mangiare poco prima. Mentre il più piccolo si avviava con tutta la calma del mondo verso la cameretta, è inspiegabilmente inciampato e caduto a terra facendo un busso considerevole. Il caso voleva che proprio in quel momento lui stesse uscendo dal bagno, quindi quando se l'è trovato di fronte e ha realizzato che il rumore era stato causato dalla sua caduta, ha iniziato a fargli una delle sue solite sgridate sulla scia del:
"Te lo dico sempre che in casa non devi correre *bestemmia* Ma insomma, non impari mai?".
Sia mia madre sia io siamo però intervenute in sua difesa, dicendo che non stava correndo. Non potendo battere in ritirata in modo così poco dignitoso, ha convertito la sua invettiva in:
"E allora se non stavi correndo sei un provolone!".
Ora, sono diciotto anni e tre quarti che assisto a scene simili. E in diciotto anni e tre quarti ho imparato un paio di cose su come comportarsi. Una di queste cose è il fatto che quando inizia a fare così, non c'è replica o argomento razionale che tenga. Bisogna solo stare in silenzio e rimuovere il tutto, fare finta di nulla. Il mio problema è che, nonostante siano almeno dodici anni che mi si dice di stare zitta, ho sempre il vizio di rispondere e dir la mia. Per tentare di farlo ragionare. O, se non altro, per non arrendermi al silenzio così facilmente. Penso sia inutile specificare che tutti i miei sforzi in questo senso sono sempre stati vani. E sapevo che sarebbe stato vano anche stavolta. Però non ho potuto esimermi dal dirgli, tentando anche di sdrammatizzare un po':
"Ma perché, tu non sei mai inciampato? Che sarà mai".
E nel momento stesso in cui pronunciavo questa frase, sapevo già la risposta che avrei avuto. Non poteva esserci un'altra risposta. Ero seduta a tavola a mangiare la mia insalata e mi ero permessa di controbattere su un argomento che non mi riguardava. E ogni volta che sono seduta a tavola a mangiare la mia insalata e mi permetto di controbattere su qualcosa che non mi riguarda, la risposta che mi viene data è sempre quella. Stesso tono. Stesso atteggiamento. Stesse identiche parole.
"Senti, tu ti stai mangiando l'insalata? Allora, per piacere, pensa a mangiare e fatti i cazzi tuoi".
E, mentre prendeva posto sul divano di fronte alla tavola, non si è smentito e l'ha detto. Ero così pronta a sentirmi dire quelle parole, che sul mio volto si era dipinta, un po' involontariamente, un po' come estremo tentativo di controbattere con linguaggio non verbale, un'espressione che stava a metà tra la rassegnazione e il 'seh vabbè'. E mentre pensavo a quanto potesse essere pittoresca la mia faccia in quel momento, mi prefiguravo una reazione rabbiosa, sicuramente rabbiosa, se non iraconda. In fondo, me l'ero cercata. Ero preparata all'urto.
Però si è superato. Stavolta si è veramente superato. Si è alzato dal divano, ha afferrato il capo della tavola opposto a quello dove io ero seduta, l'ha sollevato di qualche centimetro e ha iniziato a scuoterla a destra e manca mentre iniziava ad urlare. Non mi ricordo più nemmeno cos'è che urlava. Ah, già, qualcosa sul fatto di non istigarlo e di non riprovarci mai più, oltre ad aver ribadito il concetto di farmi i cazzi miei, nel caso non mi fosse stato chiaro prima. Ha fatto marcia indietro, è tornato a sedere sul divano e mi ha chiesto urlando se avessi capito o meno. Alla mia risposta affermativa, si è alzato di nuovo e l'ha rifatto. Io ho protestato "Ma stavo dicendo di sì!". Ed ero sincera. Non avevo davvero intenzione di fare facce strane o assumere atteggiamenti di superiorità. Stavo solo dicendo "Sì, sì, va bene". Non so se ha visto nella mia faccia qualche smorfia strana o che. Sta di fatto che è tornato lì, ha ripreso a giocare al terremoto con la tavola e ha continuato a urlarmi contro. Un ravanello è rotolato giù, la bottiglia d'acqua si è rovesciata (fortunatamente era tappata) e diverse stoviglie hanno rischiato di cadere per terra. Poi, mentre mia madre gli faceva notare che forse stava un po' esagerando (al che lui ha prontamente ribattuto: "Sì, ma tu non hai visto l'espressione che ha fatto!"), è ritornato al suo posto sul divano e, non contento, ha tentato di intimidirmi ulteriormente uscendosene con un:
"Non pensare di andare da nessuna parte, in questi giorni. Uscirai per andare all'università e basta, e se andrai da qualche altra parte, quant'è vero Iddio, ti vengo a prendere e ti faccio fare le brutte figure".
Di solito, quando fa queste uscite, scoppio a piangere senza possibilità di controllo. Ma stasera, non so per quale miracolo, e senza neanche troppo sforzo, sono rimasta impassibile tutto il tempo a fissare la mia insalata e continuare a mangiare come se nulla fosse. Non un muscolo della mia faccia si è mosso a dargli soddisfazione. Anche mentre la bottiglia si rovesciava e cozzava contro i bicchieri, anche mentre il ravanello rotolava fino a cadere, anche mentre lui mi urlava in faccia. Anche quando si è tornato a sedere sul divano ed è stato finalmente in silenzio. Ho finito la mia insalata, sono andata a sciacquare il ravanello che era caduto e che mia madre mi aveva gentilmente raccolto, mi sono mangiata anche quello. Ho guardato finalmente in faccia anche lui. Ma lui forse non lo sa, perché guardava intensamente (o forse fingeva di guardare) la televisione. Ho sorriso tra me e me, più di una volta. Non una parola. Come una sfinge. Mia madre mi ha chiesto aiuto col computer e io le ho parlato con il tono di voce più normale del mondo. Come se nulla fosse stato. Ho sparecchiato tranquillamente, sempre sogghignando sotto i baffi. Ce l'avevo fatta. Ero riuscita a non scoppiare, finanche a non irrigidirmi. Come se nulla fosse stato. Colmo dei colmi, mentre toglievo la tovaglia mi sono accorta che il piano in formica, al capo opposto al mio, si era spostato rispetto alle gambe del tavolo, quindi c'era una parte di legno che spuntava. Ho di nuovo sorriso, come a dire "Ma guarda un po'". E mi sono messa ad ispezionare il tavolo davanti ai suoi occhi, come se non sapessi che quel danno l'aveva causato lui pochi minuti prima, per tentare di intimidire me. E poi, finalmente, sono uscita dal soggiorno.

Ho percorso il corridoio, sono arrivata alla mia stanza e, chiusami la porta alle spalle, finalmente ho potuto piangere in pace e mettermi a scrivere.

Che poi, ho voluto mettermi a scrivere ma non so neanche il perché. Sentivo solo che volevo digerire la scotta che mi ero tenuta dentro e che questa sarebbe stata una via per farlo. O forse volevo soltanto esporre il mio trofeo.
Perché stasera ho vinto io.
Stasera lui ha fatto il diavolo a quattro, ma ho vinto io.

Non so se ha davvero intenzione di tenermi segregata in casa fino ad ottobre, per una frase di troppo e una smorfia. Vale che in quel momento stava facendo tutto il possibile per farmi sentire impotente, quindi ha pensato bene di minacciarmi come se fossi una bambina. Di sicuro tra tre giorni si sarà scordato, e io sarò in giro a pensare a tutto tranne che a quello che è successo stasera. Almeno spero. Ma, anche se così non fosse, due settimane di clausura saranno bazzecole rispetto alla sensazione di forza che ho provato mentre lui tirava giù dal cielo tutti i santi del calendario e io ero tranquilla e impassibile a masticare la mia insalata.

E se ha intenzione di mettermi agli arresti domiciliari davvero, io andrò dove mi pare ugualmente. Che mi venga a prendere. Se si comporta come un pazzo nevrotico davanti ai miei amici e conoscenti, la brutta figura non la farò di certo io.

martedì 14 luglio 2015

Resoconto di una giornata estiva insolitamente produttiva.

Sveglia alle sei meno dieci dopo cinque ore di sonno turbato e disturbato
Treno alle sei e mezza
Viaggio reso ovattato dalla musica, dal sonno, e dai primi bellissimi raggi di sole che si spandevano in sordina sulle colline
Viaggio in autobus con la paura di aver perso la mia fermata quando ci mancavano ancora cinque minuti buoni
Discesa dall'autobus alla fermata giusta
Colazione tattica al bar
Pausa tatticissima ai giardini di fianco alla facoltà di Ingegneria
Rassegnazione al destino, mi incammino verso la facoltà
E comincia il TOLC.

Il TOLC è una specie di test d'ingresso unificato, valevole per più indirizzi e per più atenei diversi. 20 domande di matematica, 10 di scienze, 5 di logica e 5 di comprensione verbale, per un totale di circa 2 ore di panico.
A protrarre l'agonia, un appello infinito, cui seguiva una meticolosa lettura di istruzioni che stava quasi per portarmi all'esasperazione.
Di cosa mi preoccupassi in realtà non lo so bene nemmeno io. Tanto, se non mi fosse andata fatta bene, avrei chiuso il capitolo ugualmente scegliendo Astronomia invece che Biotec. E un punteggio decente non dico che fossi sicura di strapparlo, ma ci contavo, perché in cinque anni di scientifico qualcosa l'avrò pure imparata. Eppure avevo una tensione incredibile addosso, mi toglievo il cardigan, mi rimettevo il cardigan, mi mordevo le dita, tamburellavo ritmi in cinque quarti con le unghie sul tavolo, accavallavo le gambe, scavallavo le gambe, mi stringevo le spalle. Come avrò fatto a concentrarmi? Mistero. Però il test è andato inaspettatamente bene.

Fuori da Ingegneria alle 10 e mezza
Telefonate di rito a mamma e amici curiosi per comunicare i risultati
Camminata lungo via Saragozza alla ricerca della mostra di Escher che sapevo essere nei paraggi, e che poi ho trovato, annunciata da una lunghissima fila di persone
Qualche minuto di esitazione, poi mi fiondo nella fila
Quasi un'ora di coda
E finalmente riesco ad entrare.


Escher è qualcosa di geniale. E la mostra era strutturata benissimo. Tanto che più di una volta mi sono emozionata nel vedere quante cose potevano essere condensate in 500 centimetri quadri di carta su per giù (ma anche molti meno). La rivisiterei altre cento volte. Tra l'altro erano mesi che volevo andarci, ma mi sono sempre ritrovata costretta a rimandare causa esami. Ma oggi, siccome tanto a Bologna ci dovevo andare comunque, e soprattutto dopo aver imparato che la mostra era a un 800 metri dalla facoltà, non mi sono lasciata sfuggire l'occasione. E ho aggiunto un poster alla mia già artistica stanza.

All'una e mezza fine del giro.
Sole rovente, una cappa di calore incredibile, batteria del telefono quasi scarica. Quale momento migliore per cimentarsi nell'impresa di arrivare al centro di Bologna a piedi percorrendo via Saragozza? Arrivata a piazza Minghetti, non sapevo più che strada prendere. Consultare Google Maps mi ha confusa ancora di più, per cui, dopo aver girato due o tre volte in tondo per le stesse due o tre vie, sono salita su un A che passava, senza preoccuparmi di controllare in che direzione andasse.

Andava verso il Rizzoli.

Di conseguenza, in autobus fino al Rizzoli, capolinea e preso autobus in direzione contraria.
Sull'autobus un ragazzo continuava a guardarmi, sebbene tentasse di farlo in maniera discreta.
Scendo dall'A in cima a via Indipendenza e approfitto del vicino McDonald's per pranzare alla veloce, servita da un commesso incredibilmente simpatico
In tutto ciò mi era stato commissionato l'incarico di trovare un regalo di compleanno
Giro per negozi alla ricerca del suddetto regalo
Ritorno alla stazione
Alle cinque di nuovo a casa, coi piedi distrutti e tutto l'entusiasmo del mondo

Dopo aver festeggiato a dovere il buon esito dell'esame con un po' di sano ozio, cena
Troppe cose per cena, come al solito
Dopo cena, film

"Qualcuno volò sul nido del cuculo".

Ho pianto come una fontana da metà film in poi. Questa cosa di provare a farmi una cultura cinematografica mi inizia a piacere. In 18 anni non ho guardato molti più film di quelli che mi capitava di vedere alla televisione. Se poi consideriamo che da due o tre anni ho anche smesso di guardarla quasi del tutto, non è difficile immaginare che l'elenco di film veramente belli che conosco è ristretto a dir poco.
Quel film è una delle cose più intense che si possano trovare, sia per tematiche, sia per linguaggio. E guardarlo, ma soprattutto capirlo, è stato fondamentale.

E adesso sono le tre. Domani mattina non oso immaginare in che condizioni mi sveglierò. Staremo a vedere. Per oggi mi sento di aver fatto tante di quelle cose da aver vissuto tre o quattro giornate in una sola, quindi va bene così.