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lunedì 9 febbraio 2026

Dell'adultità e dell'iconicità

L'ho già scritto qui. L'adultità non fa per me. Una parte di me la ripudia. La mia psicologa mi ha detto svariate volte che in realtà io sono già un'adulta. Sembra un'ovvietà, detta così. Il sottotesto è un altro. Io ripudio l'adultità perché ritengo di non comportarmi all'altezza di un'adulta. Non corrispondo al mio modello mentale di un'adulta: responsabile, ligia, solerte, ordinata, quasi abnegata, forse subordinata (forse non mi ero mai soffermata davvero sulla mia rappresentazione dell'adultità, sembra davvero deprimente, all'improvviso non mi biasimo per non voler affatto essere così). Però di fatto ho il potere (azzardo: il diritto) di riscrivere quel modello e di dirmi: anagraficamente, sono un'adulta, quindi gli adulti si possono comportare anche come dei mezzi scappati di casa e questo non li rende meno padroni di loro stessi e delle loro azioni. Anche se mangio troppi bastoncini di pesce e non so andare a dormire a un orario normale (ma giuro, giuro! Nelle ultime due settimane ho fatto dei grandi sforzi in questo senso, che hanno avuto un impatto estremamente positivo sul mio quotidiano, tranne per il fatto che alle 23 invariabilmente mi viene sonno, con grande disappunto della parte di me che si identifica fortemente nel proprio carattere notturno), dicevo, anche se vivo in modo sregolato, nessuno mi chiederà conto di queste mie storture, e non devo chiedere il permesso a nessuno per fare qualcosa che mi piace.

NON ERA COSI' CHE VOLEVO INIZIARE IL POST E NON ERA DI QUESTO CHE VOLEVO PARLARE. Ma va bene lo stesso. Questo blog è diverso da qualsiasi altra piattaforma su cui mi esprimo per iscritto, ed è specialmente diverso dal diario. Ecco un altro dualismo idiosincratico della mia vita adulta: le mie parti più creative ed espressive mi sono completamente inaccessibili se mi esprimo con un mezzo privato. Non conto davvero che la gente legga le parole che pubblico qui, ma siccome è una piattaforma pubblica, ecco che divento un animale da palcoscenico, seppur fatto solo di pixel neri su bianco in Times 12 (nell'editor). Ecco che quando mi esibisco, mi esibisco davvero tutta intera, tirando fuori associazioni mentali e lati di me che non ho esplorato neanche in cento sedute di psicoterapia. Anche i voli pindarici sono una caratteristica quintessenziale di questo blog. C'è un che di esaltante nel ritrovarmi ancora capace di farne, io che ogni tanto penso di aver perso lo smalto e di non ragionare più come prima.

Comunque, in realtà parlando di sregolatezza non ero lontana dal tema. Solo che ho visto un intero paragrafo materializzarsi all'improvviso, a partire una premessa che doveva essere semplice, e mi sono lasciata prendere dal panico. In questi giorni una domanda mi attraversa spesso la mente: la me stessa adolescente, che aveva appena aperto questo blog e vi riversava dentro TUTTO il proprio mondo interiore a cadenza giornaliera, che ne penserebbe di me? La seguente carrellata è un goffo tentativo di convincermi che sarebbe entusiasta, se non meravigliata.

Ho uno stile un po' camaleontico. Ogni tanto mi vesto da persona normale (da adulta responsabile, ligia, solerte, eccetera), ma nella maggior parte dei giorni credo di avere un vestiario abbastanza punk: salopette, felpone, pantaloni cargo, una giacca a vento verde incredibile. (Ciononostante, vengo percepita come una brava ragazza per i miei modi accomodanti: un'etichetta che non riesco a scollarmi di dosso, per quanto io ritenga di avere un aspetto, se non inusuale, quantomeno non convenzionale. Non capisco mai su cosa si basa la gente quando me lo dice). Il mio guardaroba si sta sdoppiando perché a scuola non me la sento di portare i capi più sgargianti (me la sento benissimo però di indossare i miei ultimi cargo, dei pantaloni da skater col cavallo bassissimo presi in un reparto uomo; me la sento altresì di indossare le vans hylane, un tipo di scarpe ciccione skaterone che non avrei mai comprato se non per alcune circostanze fortuite che si sono verificate e non approfondirò in questa sede -- nondimeno, questo è esattamente il tipo di vestiti che desideravo ardentemente a 14 anni). La cosa bella è che i capi colorati, insieme ai trucchi occhi più fantasiosi, me li tengo per le occasioni migliori: jam session, concerti della Combo Suonda, ritrovi tra amici -- occasioni che si presentano a cadenza almeno bisettimanale.

E a proposito, sì, sono una professoressa di scuola superiore. Non so ancora come mi sento a riguardo. Ho un potere molto grande sul tipo di persone che bullizzavano la me piccola, cosa che le piacerebbe un sacco. Non uso questo potere per vendicarmi, perché ho fatto abbastanza sedute di psicoterapia per non averne bisogno, la qual cosa non so se incontrerebbe altrettanto gradimento. Però li sgrido e sono molto severa di fronte ai comportamenti denigratori, anche di fronte alle cose dette "per dire". Se fossi la prof di me stessa ci staremmo simpatiche, credo.

La bici è la mia vita. Non nel senso più agonistico del termine, ovvero, non passo le mie domeniche in sella a inerpicarmi su sentieri sterrati. Intendo dire che la bici è una parte molto importante della mia quotidianità e della mia identità. Abito in città da ormai oltre cinque anni e con la bici in 20 minuti sono dappertutto. Posso andare in bici con qualsiasi meteo e qualsiasi temperatura (nei limiti di quelle che sperimento a Padova), purché armata all'occorrenza di guanti, sciarpa, berretto e impermeabile. Con il nuovo lavoro, che ha comportato un ritorno al pendolarismo (anche se grazie al cielo si tratta solo di un quarto d'ora a tratta), sto avendo l'occasione anche di sperimentare la bici pieghevole: partiamo da casa insieme, sale sul treno con me, mi porta fino a scuola, ed è lì ad aspettarmi quando ho finito per tornare a casa. Non le ho ancora dato un nome, di solito non lo faccio, ma sento che forse sarebbe giusto. Non mi serve la macchina. Quanta ansia avevo di doverne comprare una quando non sapevo in che scuola sarei finita, e quanto sono stata sollevata di constatare che non ne avevo bisogno! Oggi sono andata a chiedere il rinnovo della patente. Mi è stato chiesto: "Quando le scade?". Ho risposto: "Due mesi fa".

Anche la musica è la mia vita. Sto con un musicista, scriviamo e suoniamo e cantiamo assieme e piano piano stiamo accumulando un piccolo repertorio. Sono ancora in rotta con la chitarra, l'ultimo anno di dottorato si è frapposto tra di noi come una grave crisi coniugale. Ma ho trascorso molto tempo suonandola nei circa 3 anni precedenti, e non mi sento di dire che sia stato inutile. In compenso, sto imparando a suonare il piano, strumento che mi affascina e mi stimola enormemente. In qualche modo penso che non valga la pena sforzarmi di suonare la chitarra finché non mi verrà di nuovo spontaneo farlo. Tutti i concetti che ho studiato a un certo punto, li ho davvero capiti anni dopo (anche senza praticarli con le mani. Semplicemente, ogni tanto mi viene in mente qualcosa che qualche maestro mi ha spiegato e mi rendo conto che quando mi è stata esposta non l'avevo davvero capita). Ho scoperto anche la gioia pura che è suonare la batteria. Un giorno o l'altro farò la stupidaggine e ne comprerò una.

A proposito di dottorato e di scuola, fin da quando sono stata certa di aver passato il concorso docenti, cosa che mi avrebbe portata definitivamente fuori dall'accademia, tutti mi hanno sempre chiesto perché lo facevo, ritenendo che in un ambiente come la scuola pubblica io sia una mente sprecata. La risposta più breve e sincera che posso dare è: il mestiere della ricerca l'ho provato, non mi sono sentita pienamente a mio agio nel farlo forse nemmeno per un giorno. Capace sì, competente a volte, ma la maggior parte dei giorni per me la sfida più grande era trovare la forza di presentarmi al lavoro. Perché? Non lo so. Immagino che dover trovare da sola la risposta a delle domande nuove mi desse particolarmente ansia. In un certo senso, questa esperienza mi ha fornito l'esempio più concreto del fatto che l'abilità in un campo non va necessariamente di pari passo con la gioia e la soddisfazione che ne ricavi. Solo perché sono bravetta, non vuol dire che devo dannarmi per poter essere un'eccellenza -- un'eccellenza triste e frustrata. Sganciare il talento dall'obbligo morale di eccellere è un'operazione interiore che potrebbe avere dei risvolti interessanti sulla mia vita. D'altronde, ci sono talmente tante discipline in cui sono versata al punto da aver suscitato, in qualche momento, osservazioni del tipo: "sei sprecata a non fare questo nella vita". Beh, ho capito che la mia vita deve rispondere alle mie aspettative e la mia soddisfazione maggiore è rimanere una generalista. Non potrò mai realisticamente esprimere tutto il mio potenziale in tutti i campi in una vita sola, e se ne scegliessi solo uno mi sentirei vuota, come se veramente fossi sprecata a non fare niente altro di diverso.

In definitiva penso che se la me adolescente mi conoscesse le piacerei. Io dal canto mio potrei raccontarle un sacco di cose rincuoranti sul suo futuro personale. 

giovedì 20 marzo 2025

Equinoziale

Oggi mi hanno augurato buon equinoziale e mi sono ricordata che è di nuovo primavera. Un buon giorno per l'equilibrio.

Vivere a Padova fa sì che la primavera sia la stagione in assoluto più vivibile per me. D'estate è troppo caldo per fare qualsiasi cosa (anche se l'estate passata ho avuto il piacere di andare in compagnia sul Brenta varie volte, e devo dire che è stata un'ottima cosa in mancanza delle mie amate vacanze al mare), d'inverno l'ambiente che c'è qui, un po' immerso nella pianura padana, non fa che rendere tutto ancora più freddo e congelato di quanto non sarebbe già di per sé. Quest'anno, complice un misto di malanni di stagione e altri malanni fortuiti, sono stata un mese senza riuscire a stare effettivamente bene, e ho proprio sentito che l'inverno mi aveva completamente stancata, che arrivarci in fondo era come finire una maratona.

Ci sono una serie di cose che non mi legittimo a fare, una di queste è quella di andarmene dal lavoro a un certo orario se non ho un altro impegno che mi obbliga a farlo. Andare via dal lavoro per arrivare a casa e poter riposare. Ogni volta che ne avrei la possibilità fallisco nel mio intento. Non mi ricordo l'ultima volta che sono entrata in casa alle sette per rimanerci tutta la sera. Forse non mi riesco a liberare mai davvero del mio lavoro, o forse non sto così bene a casa e rifuggo il momento in cui ci arriverò. Anche oggi che era l'equinoziale ed era la giornata dell'equilibrio di tutte le cose, l'equilibrio tra le varie fette della mia vita non c'è proprio stato del tutto. Alle sette e mezza sono riuscita a schiodarmi (avrei potuto andarmene tranquillamente un'ora prima).

Un'altra cosa che non mi concedo è passare il mio tempo libero come un tempo in cui posso davvero oziare. Quando anche me lo concedo, mi sembra di sentirmi peggio. Sono così pochi i weekend in una primavera. In quanti di questi sono riuscita a passare un po' di tempo su un prato a non fare granché di costruttivo? E in quanti di questi invece (terrificante per me pensarci) il sabato mattina è arrivato e mi ha trovata paralizzata a letto senza che prima della tarda mattinata o addirittura del primo pomeriggio io riuscissi a prendere la via? Non sarebbe stato meglio se anche solo una o due di quelle volte mi fossi alzata, senza lavarmi, senza preprarmi e senza pensare troppo, e fossi andata al parco, anche se ci arrivavo a mezzogiorno e ci restavo mezz'ora?

L'equilibrio delle cose nella mia vita ultimamente gira intorno ad alcuni concetti contrapposti. La prima coppia è il binomio produttività-creatività. Dove il mio agire è volto a produrre qualcosa, devo pensarmi in un certo modo e sforzarmi, devo esibire un output quantitativo; dove invece sto creando, posso invece farmi spazio ed ascoltarmi. Ho il permesso di creare cose brutte (un'altra di quelle cose che non mi concedo mai). Se fino a qualche anno fa nei miei pensieri esprimevo il fermo proposito di utilizzare il mio tempo e le mie abilità in modo produttivo, è un po' di tempo che invece mi correggo e mi dico: il tempo libero è un tempo che può essere creativo. La parola "produttivo" la voglio abolire dal mio vocabolario dalle 18.30 alle 9.30 e nei fine settimana.

Il secondo binomio è suonare-studiare. Il mio rapporto con la musica non smette di essere torturato, la mia vita non smette di essere divisa a metà. C'è sempre uno squilibrio tra il tempo che passo a studiare e quello che passo a suonare, e c'è anche uno squilibrio in cosa studio rispetto a cosa suono. Di recente mi sono resa conto che mi sto fossilizzando molto sullo studiare solo concetti di teoria, scale, arpeggi, altri pattern tutto sommato astratti. Anche i brani che studio, quando li studio non li suono. Invece i brani che suono, non li studio. Lo studio rappresenta il focus sui dettagli, l'analisi, il perfezionismo sano che permette di raggiungere un risultato organico, la pazienza di farsi entrare una frase o una serie di passaggi nelle mani. Può essere soddisfacente, ma solo dopo un po' che ci si investono energie sopra. Il suonare è il flow, la visione d'insieme, è lasciare che quello che è stato immagazzinato scorra fuori e aggiungerci i colori e l'espressione del momento (quelli che non si stanno a studiare col gesto tecnico ma che piovono dal momento presente quando si interpreta una cosa). Tutte queste pare e poi quando suono la chitarra alle jam mi sento sempre una mezza sega, dice una voce dentro la mia testa. Mi chiedo perché quando invece canto mi sento così a mio agio e mi viene così facile. Comunque, studiare e suonare sono due attività molto diverse e me ne sono resa un po' conto, incredibilmente, perché un giorno per disperazione e nel tentativo di scacciare la sensazione di fallimento (come può esserci fallimento in un hobby? Come può non esserci fallimento in un'ambizione?), ho ripreso qualche brano di chitarra classica che studiavo ai tempi del conservatorio. Ho passato qualche giorno a studiare, è stato soddisfacente riuscire a sbrogliare qualche passaggio e adesso rispetto a 10-15 anni fa sono capace di trovare soluzioni molto più furbe per rendere tutto più fluido, e sono molto più capace di accorgermi quando è il caso di cercarle. In qualche modo per alcuni ANNI (scriverlo nero su bianco mi sembra incredibile) ho completamente mancato il punto di tutta la mia pratica musicale non basata sull'improvvisazione: farsi entrare le cose nelle mani così dopo puoi farle uscire plasmandole secondo quel che vuoi esprimere. Studiare per poter suonare, e non studiare perché si deve studiare così si diventa bravi. Come se il punto fosse mai stato qualcosa di diverso dal suonare liberamente.

Comunque oggi ho fatto del mio meglio: ho cucinato i broccoli, ho tenuto l'acqua da parte per innaffiare le piante, il mio collega mi ha detto che in questi giorni vesto con un bello stile e la mia coinquilina mi ha ringraziato per essere riuscita a sbiancare i ripiani della cucina (erano due anni che non li vedevo di quel colore), sono riuscita a fare qualche esperimento con lo slider rimanendone molto appagata (potrei o meno includere un arrangiamento di Sitting on the dock of the bay in C nel mio repertorio del busking), gli stock in glicerolo che ho scongelato sono cresciuti e ho di nuovo delle colture robuste con cui fare l'esperimento più bello che io abbia mai messo a punto in vita (e forse il più bello che avrò mai l'occasione di fare), questa settimana ero su un trend molto positivo di ritmo sonno-veglia per cui sono riuscita a dormire almeno 7 ore a notte, complice la melatonina che ho iniziato a prendere per vedere se mi cambiava qualcosa. Tra ieri sera e stasera qualcosa è andato storto, perché la prendo a un orario consono e poi, anziché coricarmi dopo mezz'ora come indicato sulla confezione, passo alcune ore a continuare a suonare (sempre interrompendomi ogni pochi minuti per guardare il telefono o fare qualcos'altro che non c'entra: come se ci fosse qualcosa di terribilmente spaventoso nell'atto di suonare) oppure a mettermi a scrivere qui. Insomma, anche se questa notte sta durando quanto il giorno successivo, per me sarà decisamente breve. Il mio ritmo sonno-veglia è un eterno solstizio scandinavo. Però sono molto contenta di essere riuscita a ricomparire su questo spazio. Oggi mi sono imbattuta in questo concetto: scrivere è pensare. E c'è qualcosa nella forma del blog, nell'interfaccia dell'editor di testo, che permette di sviluppare i nuclei di pensiero in modo diverso rispetto alla carta. Facevo caso scrivendo, proprio ora, a come si sviluppava il testo, un po' un paragrafo, un po' il paragrafo dopo, blocchi di testo che si spostano. Non come la carta, che purtroppo costringe ad un corso di pensiero completamente lineare. Erano davvero molti mesi che pensavo di scrivere qualcosa da mettere qui. Mi sono mancate forse le occasioni per farlo, forse i momenti buoni, forse il coraggio. Però posso constatare che c'è qualcosa di benefico (di creativo, appunto) nel far coalescere i miei pensieri in questa forma. Questo spazio non è forse mai davvero servito ad altro se non a permettermi di organizzare i miei pensieri in modo diverso.

martedì 11 marzo 2025

Del lavoro domestico

Oggi ero a Vergato per una toccata e fuga a causa di visite mediche varie. Un giorno un po' diverso dagli altri. Come sempre accade quando capito per casa in settimana, mia madre mi coinvolge nella routine domestica: predisporre il pranzo, mandare la lavastoviglie, stendere la lavatrice. Quindi, tornata dalle mie commissioni, prima di iniziare a preparare la pasta, mi sono messa a stendere. È un'attività abbastanza rilassante, meccanica. Stendevo i panni e pensavo a tutto e a niente, un po' come quando si medita. Poi, cercando di stendere una maglietta su un filo corto dello stendino, mi sono accorta che il filo non era abbastanza lungo perché la maglietta riuscisse a starci ben distesa. E gli altri fili lunghi erano già tutti pieni. Quindi, logicamente, ho iniziato a ridisporre un po' di panni spostandoli da un filo all'altro. E in quel momento ho realizzato che, ok, stendere i panni non è un'attività alla quale sia attribuito chissà quale valore intellettuale o cognitivo, ma ci vuole metodo per stenderli bene. Ci vuole un criterio, ci vuole cura. È proprio come fare un lavoro. Nello stesso modo in cui un muratore che si accorge di aver messo un mattone storto lo risistema, così se ci si accorge di aver steso un indumento tutto stropicciato si procede a tenderlo meglio sul filo. E proprio come tutti i lavori, si può fare male. Si può imparare a fare bene, se qualcuno te lo spiega e ti corregge. Ho pensato a come ho imparato a stendere i panni, e principalmente i mezzi sono stati due: farlo insieme a mia madre o mia nonna che mi insegnavano effettivamente, oppure farlo da sola (perché incaricata) e prendermi degli urli da mia madre o mio padre (!) che trovavano da ridire. E con gli urli piano piano impari che le cose vanno stese per bene, che meno pieghe lasci stendendo e più è facile stirare dopo, che le mollette lasciano i segni sul tessuto e quindi gli indumenti vanno piazzati in un certo modo per minimizzare l'impatto estetico.

E poi ho pensato al mio lavoro, non quello domestico, ma quello che faccio in laboratorio, e che si compone anche quello di molti accorgimenti e procedimenti molto metodici. Ho pensato a quello che faccio quando trasmetto queste procedure ad altri, per esempio colleghi che imparano una tecnica nuova oppure tesisti che seguo. Di certo non li incarico di fare qualcosa di nuovo senza la mia supervisione per poi dargli degli urli in testa quando hanno trascurato questo o quel particolare. Siamo d'accordo che sono analogie estreme: se un muratore inesperto costruisce un muro male, o se unə tesista mi contamina tutte le colture, è un guaio molto più grosso rispetto a un figlio o una figlia che stendono male i panni o non fanno bene la cucina. Però mi chiedo come cambierebbe il nostro approccio al lavoro domestico se lo pensassimo come un lavoro: non una cosa che si fa come capita, ma un compito che ha un inizio, una fine e una serie di accorgimenti e metodi precisi, con dietro delle ragioni sensate, per essere svolto bene. Cosa succederebbe se i genitori insegnassero ai figli il lavoro domestico in questo modo? Se li supervisionassero finché non fanno per bene, e ammettessero e correggessero gli errori con pazienza, come si fa con gli apprendisti? Come ce lo vivremmo il nostro lavoro domestico, se lo avessimo imparato così? Secondo me, a naso, molto meglio. È immensamente meglio fare una cosa a modo perché sai che ti aiuta a mantenere l'ordine e a minimizzare gli sforzi, rispetto al farla perché se no una mini-madre o un mini-padre nella tua testa iniziano a urlarti contro.

Spero di espandere questo ragionamento sul lavoro domestico in qualche post futuro, perché le linee di ragionamento che partono da questo pensiero che ho avuto oggi sono svariate. La principale che mi viene in mente è, sempre facendo un'analogia con il lavoro in laboratorio, che come nelle professioni, anche nel lavoro domestico si costituiscono dei ruoli. Qualcuno coordina, qualcuno esegue, chi esegue può essere più o meno partecipe dei motivi per cui deve fare una certa cosa in un certo modo. Quando si parla del carico mentale legato al lavoro domestico, si parla proprio di questo: chi coordina ha un ruolo più pesante, e in casa spesso chi prova a coordinare è anche l'unica persona che ha in mente lo stato in cui dovrebbe essere mantenuta la casa. Me lo lascio come auto-promemoria. Ci penserò su.

venerdì 24 marzo 2023

Late twenties freaking funk machine. (Decostruzione)

Gli early twenties mi hanno tirata sotto come un treno. Padova pure. Alcuni mesi dopo essermi trasferita qui ho toccato il mio punto più basso a livello personale, di autostima, di impressioni sul mio percorso. Guardavo a tutto ciò che ero in quel momento e a tutti i passi che mi avevano portato lì, e mi sentivo quasi come se ognuna delle tantissime cose che ho intrapreso nella vita non fosse servita a nulla, come se tutte quelle traiettorie convergessero nella singolarità estremamente misera e incapace che ero io in quel momento e si spegnessero nel nulla. Poi, in realtà, più ci rifletto, più concludo che tutto ciò che non andava in me all'epoca aveva delle radici molto più indietro nel tempo. Forse il vivere da sola e il cambio radicale di routine letteralmente da un giorno all'altro hanno fatto venire tutto a galla di colpo. Sì, letteralmente. Ora che ci penso non c'è stato un adattamento, un percorso graduale: semplicemente un giorno ero a casa dei miei, anzi casa mia, a fare la vita da gatto post-lauream, coccolata dalla mia famiglia; e il giorno dopo ero a Padova, in pieno novembre, in una stanza piccola, spoglia e onestamente davvero fredda, a tre ore di distanza da tutto ciò che mi era più familiare. In quel momento della mia vita avevo già superato molte cose che mi avevano dato problemi, pensavo di essere in una condizione molto migliore di tanti altri periodi, pensavo di non avere poi tanto di cui lamentarmi. E invece mi sono ritrovata completamente smarrita.

Ogni tanto penso alla me di allora; penso che adesso saprei cosa dirle, cosa farle fare. Sto ancora facendo i conti con tante abitudini pessime e con tanti meccanismi che non sono ancora riuscita a decostruire. Qualche volta sento una fitta allo stomaco per un pensiero che si origina da qualche complesso indigesto, da qualche imprinting lontano. Ma dura sempre poco. Si tratta di quel genere di pensieri che fino all'inizio dei 20 mi tornavano su ogni qualche settimana, appena non avevo troppo da fare, e mi pervadeva completamente. Adesso è tutto così diverso. La cosa veramente assurda è che da quando ho iniziato terapia non piango quasi più. Ovviamente c'è voluto un po', ma neanche così tanto quanto avrei immaginato. Niente magone gratis. Niente stesse 5 preoccupazioni che si ripresentano a rotazione indipendentemente dal progresso che io possa aver fatto a riguardo. Non penso di esagerare nel dire che lo stare male ciclicamente mi definiva, quasi come se facesse parte della mia personalità. Poi un giorno ho pensato "cavolo, ma io una volta piangevo ogni mese per la stessa cosa".

Punto che secondo me è abbastanza importante, adesso suono di nuovo. Madonna se suono! Sto ancora cercando di capire come suono, perché suono, cosa voglio fare di questa mia abilità. La risposta potrebbe essere anche: niente di concreto, nel senso più orientato alla produttività del termine. Il che mi libererebbe definitivamente da uno dei pochi leitmotif rimasti a provocarmi quelle famose fitte allo stomaco: la paura di non suonare abbastanza bene rispetto al tempo che ho passato a studiare. Di non essere all'altezza di me stessa. L'elettrica è un mondo completamente diverso in cui sono entrata tardissimo. Non so se riuscirò mai a capire quando il mio suono è decente e quando fa schifo, o se avrò mai una pedaliera decente, o se saprò mai sfornare dei lick deliziosi a istinto appena prendo la chitarra in mano. Penso a queste cose, a gente della mia età che le sa fare, e mi sento all'improvviso piccola piccola e piena di paura e inadeguatezza. Poi guardo a me stessa un anno e mezzo fa, che entro in aula per la prima lezione di musica dopo anni che sembravano secoli, sull'orlo delle lacrime, dosando ogni parola e ogni gesto per non scoppiare a piangere così de botto senza senso, perché ricominciare a suonare era ciò che volevo più di ogni cosa e al tempo stesso ciò che più mi mancava il coraggio di fare. Mi mancava il coraggio così tanto che il desiderio di suonare l'avevo represso a forza dopo aver lasciato il conservatorio, sommerso nel diniego più assoluto. Mi ripetevo che se davvero avessi voluto riprendere mi sarei messa lì con costanza, e il fatto che non lo facessi significava semplicemente che non mi meritavo degli stimoli, delle lezioni, uno strumento diverso. E invece non funziona così, perché le cose che hanno un grande significato non si possono fare da soli. E quindi via, ho cominciato con le lezioni fuori dalla mentalità accademica (che comunque mi porto pesantemente sulle spalle e sto cercando di scrollarmela un po' di dosso, con fatica), ho iniziato a frequentare persone che suonavano (probabilmente ciò che avrei dovuto fare molto di più in passato) e quando non mi sento piccola impaurita e inadeguata, mi diverto anche molto. Padova da questo punto di vista è ricca di stimoli. E le persone intorno a me sono contente se ci sono io a suonare con loro.

Il sostegno degli altri è un'altra grande cosa che adesso mi arriva con la prorompenza del sole primaverile, e probabilmente era sempre stata lì, per tutto quel tempo in cui ogni qualche settimana pensavo di essere sola e incapace e piangevo, ma io non la vedevo. Il guscio in cui ero chiusa era esternamente decorato da un'aura di invincibilità che mi rendeva inavvicinabile. Io mi sono sempre sentita vulnerabile. Appena ho iniziato a manifestarlo, le reazioni degli altri intorno a me erano quasi incredule. Mi sono resa conto che, nonostante io tenda a pensarmi come una persona molto estroversa, in realtà non ho mai esternato troppo i miei bisogni emotivi, a meno che non fossi sull'orlo della crisi. Eppure, ultimamente mi rendo conto che tutte le persone che fanno parte della mia vita hanno sempre creduto in me, anche quando io non ero presente o quando non mi sarei neanche sognata di chiedere un incoraggiamento.

Gli early twenties sono passati per me. Quando penso che sono sempre più vicina ai 30 e non ho ancora la minima idea di come si conduca una vita da adulta mi prende un po' male. Del resto, forse, il concetto di cos'è un adulto e come dovrebbe vivere per essere rispettabile non è che l'ennesima aspettativa da decostruire.

sabato 6 agosto 2022

Ragionamenti barcellonesi

Dopo questa settimana ho un po' bisogno di decomprimere. Di non lasciare che le cose continuino a succedere una dopo l'altra e le cose più nuove sovrascrivano subito quelle vecchie, in queste ferie al cardiopalma dove dovrei riposarmi ma in realtà mi ritrovo a girare come una trottola.

Un po' ho anche bisogno di capire cosa succede esattamente alle mie emozioni. Ultimamente faccio fatica a sentirle.

Barcellona è stata la città dove ho fatto l'erasmus. Il problema è che l'erasmus è iniziato a febbraio 2020. Ho vissuto normalmente per un mese, poi all'improvviso ha chiuso tutto. Avevo un laboratorio dove stavo facendo il tirocinio. Già non mi sembrava di essere partita granché bene, dopo essere rimasti bloccati a casa una parte di me ha completamente smesso di funzionare e il tirocinio è andato uno schifo, essenzialmente perché non lavoravo. Ormai sono due anni che continuo a ripensare a che tesi ridicola ho portato alla laurea e a quanto mi sono scudisciata nella schiena per questo. Ancora non ne vengo a capo, né riesco a perdonarmi. Sta di fatto che il resto dell'erasmus è stato, più di tutto, le quattro mura estremamente blu della mia camera, quattro come le persone con cui ho passato il lockdown e con cui, com'era naturale, si passava il tempo a sbronzarsi, allenarsi, ascoltare musica e guardare cose alla TV. Solo che era speciale, perché eravamo in una situazione di crisi fuori dall'ordinario, a livello individuale e mondiale. Quindi dietro a tutto il tempo che ho passato lì c'è stato un vissuto emozionale molto forte.

Quando abbiamo preso l'aereo sabato scorso e ho realizzato che stavo ritornando a Barcellona, mi sono sentita piuttosto euforica. Non vedevo l'ora di tornare a passeggiare per tutte le strade a cui avevo agganciato dei ricordi, che fossero pre-lockdown o posteriori, di quando era comunque tutto chiuso ma si poteva di nuovo uscire a passeggiare e vedere altri esseri umani. Solo per vedere un po' la città nel suo complesso le giornate a nostra disposizione si sono riempite, tanto che sembravano lunghe come intere settimane. Camminavamo ventimila passi al giorno e facevamo in modo e maniera di mangiare patatas bravas in un posto diverso ogni giorno. Ci sparavamo tutti i monumenti e i siti di interesse che potevamo, nei limiti del viverci comunque questa settimana con dei ritmi umani. E comunque per tutto il tempo in cui siamo stati lì mi sentivo perfettamente a mio agio. Barcellona è una città che ho desiderato estremamente conoscere fin da quando ho iniziato ad abitarci, ed è una conoscenza che si può approfondire all'infinito, dalla storia urbanistica, agli eventi più importanti, alle storie dei singoli quartieri. Una volta che me l'hanno un po' spiegata, l'ho capita e la sento mia, al contrario di altre città che invece non sono mai riuscita a farmi entrare in testa. Solo che poi, quando è stato il momento di ritornare in Italia, non ho provato neanche un briciolo di nostalgia, come se tutto fosse avvenuto in modo meccanico, oserei dire perfino meccanicistico. Sveglia, fare colazione, fare valigie, prendere aereo. Tutto come programmato. Mi sembra così strano essere privata di questo sentimento, proprio in questo periodo, in cui mi sembra che tutte le mie emozioni siano come attutite, e proprio dopo essere tornata da Barcellona, che è il fulcro di tante cose che mi sono successe a livello interiore. Di solito sentire il carrello dell'aereo che si stacca da terra mi riscuote sempre da qualunque torpore, mi fa capire che sì, sta succedendo davvero, sto viaggiando, e mi sembra quasi che la sensazione della terra che mi attira a sé sia un invito a lasciarmi andare alla nostalgia e a non partire, e che lo strappo che dà l'aereo al decollo sia il corso inarrestabile del mio destino. Di solito me lo sento nella pancia. Stavolta niente.

Non so, forse è che non sono finite le vacanze e ho ancora due settimane di posti e persone da vedere davanti a me. Forse è che Barcellona ormai la sento come una delle tante case del mio cuore, ed è come se sapessi già che ci tornerò. Forse è davvero parte di quel pattern per cui non riesco più a sentire le cose altrettanto genuinamente rispetto al passato, e sto ancora cercando di capire quale problema stia al fondo di questo sintomo, ma non è per nulla facile. I pensieri si collegano l'uno all'altro, ma più che una catena logica finiscono per formare un groviglio infinito dove mi sembra sempre di ripassare per gli stessi punti. E forse anche questo viaggio, più che una semplice vacanza, è stato un cercare di ripassare da un punto sperando di ritrovare qualcosa.

martedì 26 novembre 2019

REG 6344

Time heals,
Time deletes
Time rises and retreats
And like the tide it brings
afloat, and it buries -
Eternally stirring
to merge and divide,
Eternally recurring.

Fear not,
sand grain of mine.

venerdì 8 novembre 2019

REG 11614

È un sole più nuovo
a far breccia
nell'incantesimo della nebbia,
colta in flagrante nella valle intorpidita.
Coi suoi dardi la sfida,
ne scioglie il mistero -
E adesso che in me
è risvegliato il canto,
possa io essere il bardo
a raccontarne le gesta.

giovedì 21 marzo 2019

Flussi fuori sede.

Ogni tanto mi rendo conto di star abbracciando, negli ultimi tempi, cambiamenti più grandi di me, soprattutto perché tanto repentini. Non che io non mi sentissi in qualche modo già pronta. C'è una parte di me che ogni volta aspetta, segretamente, silenziosamente, che le circostanze siano giuste, e quando i cambiamenti necessari arrivano spinge il mio entusiasmo come un fiume in piena. A volte sono solo torrenti, ma ora è completamente diverso.

Ci sono giorni in cui nella mia mente è primavera, ed ogni stimolo fa fiorire mille nuove idee, ed ogni idea si realizza con veemenza, ed ogni briciolo di energia che impiego mi motiva a spenderne altri cento. Ogni nuova canzone diventa la mia canzone preferita per qualche giorno. Imparo di nuovo i testi a memoria. Suono e canto di nuovo. Ballo per tutta la notte e ritorno a casa completamente sobria, in bici, alle sei del mattino. Cucino un'infinità di piatti, affettando le verdure il più sottile possibile. Mi circondo di tutto ciò che a contatto con la mia anima vibra per simpatia.

Ci sono notti in cui, se il mare sono io e il fiume è tutto ciò che mi spinge a cambiare, il mio passato tiepidamente risale su per la foce come una marea, rimescolandosi con il presente, facendomi dimenticare di chi sono e ricordandomelo al tempo stesso. Ritorno a rimuginare sulle stesse cose, ad affezionarmi alle stesse canzoni di sempre, a ripensare alle stesse persone e a domandarmi perché le cose vanno come vanno. Ricado nelle mie cattive abitudini, a volte peggiorandole ancora.

Mi assale una grande confusione quando penso all'enormità di realtà, volti, storie, persone, contesti che ho incontrato negli ultimi anni, quantità che cresce in maniera esponenziale col passare del tempo. Mi impressiona, guardando indietro a un qualunque periodo della mia vita, constatare che l'insieme delle mie attività e delle persone che mi circondavano era sempre diverso, salvo rarissimi capisaldi. E pure mi ostino a non lasciar andare via nulla, a conservare sempre tutto, come gli scontrini ed i biglietti che tenevo prima in una borsetta a tracolla, poi ho trasferito in una piccola scatola, e chissà quando arriverò al punto di aver bisogno di una scatola più grande, e poi ancora di un'intera stanza.

Tuttavia, man mano che allargo il mio spettro di conoscenze -- che si tratti di persone, cultura generale o saperi accademici -- divento cosciente di legami e associazioni tra le cose più insospettabili. Forse ostinarsi a conservare sempre tutto può valere qualcosa? E quando sarà raggiunto il compromesso tra la mia personale serenità, dipendente dal soddisfare la mia mania di conservazione, e la quantità di conoscenze che sono mentalmente in grado di gestire?
Forse che, come ne La Storia Infinita, ogni volta che soddisfo un impulso a cambiare, dimentico qualcosa su chi ero prima? Così come tutte le cellule del mio corpo vengono sostituite in un arco di tempo finito, anche il mio stesso essere potrebbe sostituirsi a se stesso pezzo dopo pezzo fino a non essere più quello di partenza?

Forse dovrei iniziare una volta per tutte ad andare a letto presto e basta.

lunedì 15 ottobre 2018

Conclusioni e spunti futuri.

Quando ero al primo anno, dotata di badge da appena tre o quattro mesi, lo persi. E feci senza per tutti i tre lunghi anni che mi separavano dal conseguimento del titolo. Affrontai senza tutti gli esami, temendo di scoprire ogni volta all'ultimo momento che in realtà il badge serviva. Ma non è mai servito davvero, e così, quando questa mattina sono andata a ritirare il badge nuovo che mi accompagnerà nei due anni a venire, ho provato una sensazione decisamente strana.
Come pure è stato strano andare in laboratorio con un vassoio di pasticcini, da mangiare di gusto insieme a tutti gli altri ricercatori, dottorandi, borsisti e tesisti che nei lunghi mesi di tirocinio e scrittura della tesi erano sempre lì, tutti i giorni, a scambiare con me saluti, battute e stralci di vita quotidiana. Tante volte in pausa pranzo ci ritrovavamo nel cucinotto gli avanzi di qualche vassoio di pasticcini portato da qualcun altro. Oggi in qualche modo sentivo che era il mio turno. E mentre fare le considerazioni conclusive tra un bigné e l'altro e ripercorrere un po' quella che è stata la mia seduta di laurea con tutti i suoi momenti salienti e ridicoli è stato divertente, riprendermi una volta per tutte le mie posate personali, che erano rimaste nell'armadietto per sei lunghissimi mesi, mi ha lasciato un senso di vuoto. La firma all'uscita dal dipartimento, che fino alla scorsa settimana era una cosa quotidiana, oggi, sapendo di farla per l'ultima volta, era improvvisamente la firma più importante della mia vita.
E altrettanto strano è ritrovarmi a pensare che i tre lunghi anni trascorsi a fare lezione e sessioni intense di studio in via della Beverara siano finiti lo scorso venerdì nel momento in cui, discussa la tesi, ce ne siamo andati a fare il rinfresco.

In tutto ciò ancora fatico a rendermi conto di essere riuscita ad arrivare alla fine della triennale. E per quanto i miei giorni liberi prima dell'inizio della magistrale siano pochi, si tratta comunque di un'intera settimana, che sto usando per mettere a posto tutte quelle piccole cose che per anni non ho mai avuto il tempo di curare. Specialmente nella mia stanza. Ad oggi, i vestiti con cui mi sono laureata sono ancora buttati sulla sedia, ma al tempo stesso tutto il mio arsenale di gioielli è stato preso accuratamente in rassegna, scremato dalle chincaglierie e ridisposto sullo scaffale in un ordine intellegibile. Ed erano tantissimi. Così come pure la vasta popolazione di scontrini, biglietti, abbonamenti e promemoria che da dicembre 2017 ad oggi si era accumulata in ben due portafogli diversi. Arriverà anche il turno dei vestiti ammucchiati sulla sedia. Sono di quelle cose che semplicemente in periodo di lezioni o di esami uno pensa "le farò quando ho un momento di calma, magari il prossimo weekend". Poi succede che in settimana non studi niente, rimani indietro, e il weekend ti serve per recuperare tutto, e tutte quelle piccole cose un po' insignificanti rimangono lì in attesa di essere razionalizzate e metabolizzate. In questo senso, l'università è una realtà che impegna tutte, ma proprio tutte le energie. Ed essere arrivata in fondo adesso mi permette di tornare in possesso di tutto il tempo e la concentrazione che fino alla settimana prima erano esclusivamente finalizzate, appunto, ad arrivare in fondo.

Non che mi sia dispiaciuto immergermi in questo percorso e lasciare che per me diventasse totalizzante. Non è obbligatorio che l'università comporti l'abnegazione completa, e tante persone me l'hanno insegnato e dimostrato. E per me l'università non è stata abnegazione: per quanto io abbia dovuto comunque sacrificare delle attività che richiedevano da parte mia un impegno costante e ingente, e per quanto io abbia dato in tempo tutti gli esami e per questo mi sia disperata, fuori dall'università c'era un mondo di tante realtà diverse con cui ho interagito di continuo, e che mi ha dato tantissimo a livello personale. Forse è per questo che sono così tante le persone a cui sento di dovere un ringraziamento per essere arrivata fino a qui così come sono. E quindi, a tutti coloro che seguono va la mia più sentita gratitudine.

A tutti quelli che hanno ripassato con me per gli esami, anche subito prima, e che mi hanno fatto ricordare all'ultimo momento di cose mai studiate che puntualmente mi venivano chieste. I miei risultati senza di voi non sarebbero stati certo così brillanti, checché se ne dica (in questo senso ritengo che anche la fortuna abbia giocato un ruolo determinante, e vorrei che ciò fosse ben chiaro).
Ai miei compagni di corso ed amici, coi quali ho condiviso a tuttotondo questo percorso di apprendimento e crescita, e ai quali auguro buona fortuna per tutto.
A Bonny, che è stato il mio primo grande amico dell'università e ha assistito e partecipato con veemenza alla disperazione per i primi esami.
A Fra, per essere stato sempre rassicurante e sereno mantenendo allo stesso tempo un senso dell'umorismo inossidabile.
A Shavs per le sue strane poesie, indovinelli e riflessioni, e per spargere sempre positività, indipendentemente da tutto.
A Ted, con cui condivido l'amarezza dell'essere pendolare, e che si spende sempre disinteressatamente per essere d'aiuto.
A Ida, per aver preso parte insieme a me a grandi ondate di disagio, panico, tristezza, esuberanza, e per non aver mai mancato, per esigenze o per piacere, di essere pronta a disposizione con una stanza degli ospiti, una cucina da mettere sottosopra e un buon tè caldo.
A Marta, perché i nostri cuori vibrano insieme al ritmo della stessa musica, e per il sostegno vicendevole e l'ospitalità che ho sempre trovato in lei ogni volta che ne ho avuto bisogno.
A Vanessa, perché c'è sempre stata per una chiacchiera, un abbraccio, una parola di conforto, una pedalata o un caffè, fin da quando ci siamo sedute vicine e strette la mano al Welcome Day in aula magna.
A Davide, per tutto il supporto nello studio, i dilemmi teorici, i dank memes, gli apprezzamenti per Ratboy Genius e la sua amicizia.
A Gabri, per avermi ricordato nei momenti in cui tutto sembrava irrecuperabile che non ero l'unica ad essere disperata e bisognosa di fare altro, e per essere stato un compagno di studi spensierato ma immancabilmente affidabile.
A Emilia, che è stata mia compagna di corso solo per un semestre, ma è stata un'amica sincera e una finestra sul mondo, che ha condiviso con me il suo mate e la sua bombilla, il suo tavolo e la sua casa, i suoi spazi ed il suo tempo.
Ad Alessandra R., con cui ho condiviso birre e tè bevuti sempre al volo, lunghe giornate di studio, ansie e progetti, e più in generale la consapevolezza reciproca di avere entrambe una vita frenetica.
A Stefano A., per aver creato con me un'amicizia così bella a partire da una circostanza così strampalata come può essere una complicanza burocratica durante un esame di fisiologia.

Alle dott.sse Enza e Alessandra B., validissime tutor, impeccabili relatrici, compagne di laboratorio e persone amiche. Alla prof.ssa Marini, prima e ultima docente ad assistere a una mia esposizione: l'esame di biologia cellulare al primo anno, la tesi di laurea alla fine.
A tutti coloro che ho incontrato e conosciuto al DIMES durante il tirocinio, chi di passaggio come me, chi come membro del dipartimento in pianta stabile.
A tutti i professori che ho incontrato durante la laurea triennale, perché ciascuno di loro mi ha lasciato qualcosa, a livello didattico e a livello umano.
A tutti i docenti i cui percorsi si sono incrociati con il mio a Vergato, che fosse alle medie o al Fantini. Devo tantissimo di ciò che sono oggi alla mia formazione in quegli anni e agli stimoli che ho ricevuto proprio dai prof. Una speciale menzione va ai docenti di musica, i cui insegnamenti non andranno mai dimenticati, alla professoressa Manicardi, colonna portante delle scuole medie, e alla professoressa Santi, che con la meritata pensione ha nondimeno fatto mancare al Fantini uno dei suoi pilastri più solidi.
Ai miei primi maestri, Aldo, Beatrice, Emanuela. Le mie personali fondamenta sono i loro insegnamenti.

A Stefano B., per aver mantenuto sempre con me, a prescindere da tutto, un rapporto di stima reciproca.
A Pablo, per avermi fatto scoprire che inaspettatamente lontano da casa mia vivono persone inaspettatamente affini a me.
A Christopher, che dall'Inghilterra ha seguito pedissequamente i miei progressi e non ha mai mancato di ribadirmi che il mio duro lavoro avrebbe dato i suoi frutti.
A Ilaria, per non aver mai lasciato davvero la presa anche se le circostanze ci hanno allontanate. Confido che, per quanto le nostre vite possano divergere in futuro, sapremo sempre trovare un punto di contatto.
A Eleonora, Monica, Elisa, Debora, per aver condiviso con me le uscite spicciole del venerdì sera, che prima di conoscerci erano un'abitudine a me completamente estranea. Grazie per aver riso e pianto con me, confidato a me e in me, litigato con me, quando fino a pochi anni fa ci conoscevamo appena.
A Nicola, per tutte quelle cose peculiari che accomunano noi e nessun altro, e allo stesso tempo ci rendono così radicalmente diversi. Nell'impronta che lascerò sul mio operato futuro, ci sarà anche qualcosa di tuo.
A Gogi e Berna, due animali totem e fratelloni acquisiti, che hanno arricchito il mio percorso di musica, spunti creativi, progetti, persone, serate tanto belle quanto rocambolesche, esperienze completamente nuove. Quando in un periodo un po' triste ho detto loro che mi sembrava di non avere intorno nessuno su cui contare, e loro mi hanno risposto "Hai noi", non lo dicevano per dire.
A Giuseppe, quintessenza del pendolarismo in quanto lavoratore a tempo pieno sui treni, conosciuto per caso, incontrato quasi sempre per caso, ma nondimeno uno dei miei più cari amici.
A Damiano, amicizia tra le più longeve, che non ha sofferto di alcuni anni di allontanamento perché nel cuore siamo sempre rimasti legati.
Ad Antonio, Noemi, Victon, Ciro, Nicole, e tutte le amicizie nate in forma virtuale, ma che davvero non potrebbero essere più reali di così.

All'ANPI di Sasso Marconi, che per me è stata come una famiglia acquisita, alla quale ho fatto mancare un po' di sostegno quando le scadenze accademiche stringevano, e per la quale ho messo in secondo piano altre scadenze accademiche quando c'era bisogno di me. A ciascun componente del direttivo va un pensiero diverso e speciale.
A tutte le realtà associative che intorno all'ANPI gravitano e con essa collaborano: il Campanile dei Ragazzi, le Donne di Sasso, le Voci della Luna, il gruppo Marija Gimbutas.
In ciascuno di questi gruppi ho conosciuto persone ricche di umanità e cultura, che negli anni dell'università hanno sempre confidato in me, al tempo stesso dandomi un'occasione, partecipando ai loro progetti, di coltivare il lato umanistico della mia persona - che studiando così duramente in una facoltà scientifica mi sarebbe altrimenti venuto a mancare.

A Yeasin, che mi ha fortuitamente recuperata per i capelli quando il giorno prima della discussione ero sul punto di perdere del tutto il senno e la forza di volontà.

A tutte le persone conosciute negli ultimi tempi perché legate a Torino o a Genova. Le circostanze dei nostri incontri sono sempre state fugaci, ma sono il motivo per cui in queste città mi sento un po' più a casa.
Ad Alessandro, per aver avuto con me tanta, troppa pazienza quando i miei modi sono stati resi bruschi dalle incombenze. Per avermi sempre incoraggiata, restando al mio fianco senza mai arretrare da quando ci siamo conosciuti. Per non aver perso la lucidità nemmeno per un attimo, supplendo così ai momenti in cui la perdevo io. Per essere la fonte del mio equilibrio, senza chiedere mai niente in cambio.

Ai miei genitori, per aver sopportato la mia sostanziale assenza nelle fasi più totalizzanti di questo percorso e per avermi sempre saputo assistere e consigliare, per quanto ancora le biotech non abbiano ben capito che cosa siano.
A mia madre, per essere sempre stata, fino all'ultimo brindisi, una figura di mediazione, di interazione, di coesione, anche nei momenti in cui questo ruolo si è dimostrato estremamente difficile da ricoprire.
Ai miei fratelli, che mi hanno aiutato a staccare dallo studio quando era il momento e mi hanno lasciato studiare quando ce n'era bisogno, e che mi hanno vista ridere, piangere e diventare di tutti i colori quotidianamente, ma che alla fine di questo percorso sento più vicini a me che mai.
A tutta la mia famiglia, chi al nord, chi al sud. La distanza con questi ultimi sarà sempre e solo fisica, perché un grande pezzo del mio cuore vive a Somma Vesuviana e vi appartiene.
A mio zio, che non ha potuto fisicamente vedermi raggiungere questo traguardo, ma gli sarebbe piaciuto molto. Ha avuto un ruolo determinante nel definire ciò che sono oggi.

Grazie.

mercoledì 7 febbraio 2018

Horror vacui

Ci sono ancora tutte le carte con gli ultimi appunti presi per organizzare i mille eventi che incombevano, il pranzo di tesseramento, la riunione di bilancio del centro anziani, l'assemblea degli iscritti. Sarebbero ancora appoggiate sulla tavola così come erano state lasciate, se non avessimo dovuto, ad un certo punto, e solo dopo giorni, arrenderci e spostarle per apparecchiare. La straziante necessità del gesto quotidiano che frantuma il fermo immagine della tragedia. C'erano un blocco note, ricavato artigianalmente da una molletta e un certo numero di volantini inutilizzati, un portamine, sempre lo stesso da anni e anni, una gomma per cancellare, altri fogli con appunti, stampe di comunicati, documenti da leggere, i due computer, la memoria esterna. Sul calendario, molte date contrassegnate da appuntamenti, annotati con un pennarello indelebile rosso. Di fianco, sul muro, una tabella stampata, meticolosamente ritagliata e fissata con lo scotch, che riporta tutti gli orari dei treni in partenza dalla stazione sotto casa, per una rapida consultazione in caso di dubbi. Treni che continuano ogni mezz'ora a passare, chiaro messaggio da parte dell'universo che lì fuori tutto sta andando avanti, anche se io sto ferma, seduta sulla sedia e riversa sul tavolo dalle ore tre, nella stessa identica posizione o quasi, a pensare, o forse a non pensare più, ogni tanto a piangere, ma a che pro? Intorno a me quello che rimane della famiglia, dopo che tutti hanno fatto ritorno alle proprie città. Ce ne stiamo sparsi per la stanza a parlare delle persone che c'erano, di quanto fosse stata bella e adeguata l'omelia del parroco, ogni tanto cade il silenzio, rotto da qualche sospiro. Così tanti spazi vuoti. Una intera casa vuota, ora. Lui la riempiva tutta, sapeva sempre trovare l'aneddoto giusto per strappare una risata, oppure un filosofo da citare, una vecchia serie di foto da far vedere e di cui sapeva raccontare ogni singolo particolare, una parola dimenticata in dialetto di cui sottolineava l'etimologia. Crisòmmola, per esempio. Significa albicocca. E deriva dal greco. L'unica parola napoletana che mi ricordo delle tante che mi raccontava. Quando ero molto piccola, mi ricordo anche che mi spiegò il significato della parola "evitare", perché io ancora non lo sapevo. Fece rotolare un rotolo di scotch oltre il margine della tavola e acchiappandolo al volo disse: "Ecco, io ho evitato che lo scotch cadesse". Ci sono un'infinità di cose che mi ha raccontato, insegnato, lasciato in eredità. Ora più che mai ho una paura infinita di perdermele per strada.

sabato 29 ottobre 2016

Pendolo.

Quando si è pendolari è tutto più complicato.
Il rapporto con la città, tanto per cominciare.


Trattenersi per più dello stretto necessario comporta vincoli organizzativi e pianificazioni minuziose, ritmi assurdi e dispendio di energie.
Gli orari dei mezzi sono come pesanti catene che per tutto il tempo si finisce per portarcisi appresso, a cui ogni altra cosa è subordinata. Non rischiare di perdere l'ultimo treno, una questione deontologica.

Tutto ciò che prescinde dagli affari che si devono sbrigare – che si tratti di lavoro, studio o commissioni periodiche – ti accade sotto gli occhi e tutto intorno, ma non ti appartiene mai, non ti tange davvero... come se fosse lontano.
I problemi, gli eventi, le persone, le relazioni, le possibilità, si fanno inconsistenti e si distanziano dal sottile momento in cui si inizia a controllare l'orario per non rischiare di far tardi.

L'unica cosa a cui senti di appartenere, nella monotona vorticosa quadriglia giornaliera tra provincia e città, è il treno. Ambiente di transizione, che mastica via i binari e il tempo, fermata dopo fermata. Teatro di quotidiana disperazione e ordinaria rassegnazione. Qualche volta, complice o galeotto di incontri, o anche solo di sguardi tra individui curiosi.

Casa è inutile, privata di qualunque attrattiva, un dormitorio, salvo rari casi.

La città, una fucina di vita mondana brulicante e irraggiungibile, che si evolve alle tue spalle.

La routine, un susseguirsi di corse e tempi morti.

E nel mezzo, seduto nel vagone a rimuginare, sospeso a metà strada tra due realtà aliene, ci sei tu.

domenica 23 ottobre 2016

APOLIDE (F:)

All'inizio di quest'estate, mentre stavo attraversando uno dei miei periodi più critici, la cui perigliosità era data da qualcosa come quattro o cinque appelli d'esame nel giro di poco meno d'un mese, il mio vecchio pc ha iniziato ad abbandonarmi. E non avrebbe potuto scegliere momento peggiore: mancavano due giorni all'esame di chimica organica, l'ultimo prima dell'agognata pausa estiva, e io non avevo più voglia neanche di provare a passarlo. I miei livelli di stress erano tali che se guardavo il libro iniziavo a pensare alle domande che mi avrebbero potuto fare all'esame, e in tutte le ipotesi mi vedevo incapace di rispondere in modo pienamente corretto. Seguivano accessi di pianto. Ma questa è un'altra storia, tant'è che la sera in cui il pc decise di freezare sulle slide di chimica ricorsi al sostegno psicologico della mamma, trovai la forza di reagire, andai a fare l'esame e presi pure un voto alto da far schifo.

Le condizioni del computer però non hanno fatto che peggiorare da allora. E nel frattempo sono successe diverse cose, per cui mi ritrovavo ad aver bisogno di un supporto informatico di qualche tipo per lavorare decentemente. Così, un giorno, ho copiato lo stretto indispensabile su una chiavetta, e quella chiavetta è diventata Apolide. Ogni volta che la apro dal computer dei miei mi travolge un'ondata di poesia.

Sarà che il concetto di apolide mi ha sempre affascinata, forse in una certa misura mi appartiene. Come se non riuscissi mai a sentire che appartengo davvero ai contesti in cui mi trovo. Sempre un po' inadeguata. Ogni tanto mi sembra che vada meglio, che non sia poi vera tutta questa storia di io che non mi riesco ad inserire e della mia vita che sembra normalissima ma una parte di me continua a sostenere che non lo è. Poi realizzo che era un'illusione. Mi illudo di illudermi. Forse dovrei solo pensare di meno e reagire di più. Tanto più che se mi sforzassi un minimo, probabilmente riuscirei anche a costruire qualcosa intorno a me, e i weekend non sarebbero più un'alternativa tra il nulla cosmico e l'"uscire di casa è una pausa di breve durata che alla lunga non sarà servita". Tutto sommato non credo neanche di saper definire esattamente che cosa cerco da un'amicizia o da una relazione, che cosa non mi soddisfa mai, che cosa dà quel senso di profondità alle cose che nelle relazioni sociali altrui vedo e nelle mie no.

Ogni volta che ci penso concludo sempre che il mio problema è questo bisogno insensato di ingigantire i miei problemi e romanticizzarli, o crearne dove non ce ne sono. E però, il senso di vuoto e di non appartenenza permane, anche quando trovo il modo per dimenticarmene.

sabato 26 marzo 2016

Tempo libero.

Io non voglio vivere
aspettando
la fine
di un'ora
e poi
la fine
dell'ora
che segue.

Io voglio che ogni ora sia
vita,
respiro e ricerca,
errore e passione,
impegno.

Non più fabbricarsi gabbie di fumo,
Non più sentirsi alieni ingranaggi
incastrati nella folle corsa del mondo,

ma solo
essere liberi
come il tempo.

venerdì 1 agosto 2014

Considerazioni sul #100HappyDays

Imbarcarmi nel #100HappyDays è stata una cosa tutto sommato positiva, specialmente considerando le seguenti cose avvenute in concomitanza:
  • La ragazza che è comparsa nel giorno 1, insieme a tutta la sua compagnia, adesso è l'amica più stretta che ho (oltre ad aver cominciato la stessa sfida nello stesso giorno);
  • Sto imparando a ballare, circa;
  • Sono andata a 3 o 4 feste e altri 4-5 eventi sociali di varia natura e ho suonato in 2 concerti e un saggio, senza contare almeno una decina di uscite; e tutto questo nell'arco di soli 100 giorni;
  • Se prima i vestitini nel mio armadio erano una specie rara, adesso ne ho qualcosa come 7 o 8, e nelle valigie per il mare ne ho messi ben 5;
  • Ho fatto per quasi 6 settimane un lavoro noioso e fondamentalmente brutto, e sebbene le prime settimane patissi le pene dell'inferno e mi maldicessi per aver accettato la proposta di lavoro (ero caduta in un circolo vizioso di pensieri negativi sulla scia di "la mia estate adesso è rovinata"), alla fine non solo sono arrivata in fondo al periodo previsto per lo stage, ma ho anche finito il lavoro per il quale ero stata chiamata. La soddisfazione quando mi sono staccata dal computer dicendo "Ragazze, ho una notizia per voi... ho finito le email" è stata indicibile. E tra l'altro il giorno 100 era l'ultimo giorno di lavoro, quindi ho festeggiato due volte;
  • Ho scritto una canzone, nemmeno tanto brutta;
  • Sono sopravvissuta ad un altro anno scolastico, riuscendo a riportare la media a quella che avevo in prima, e subito dopo ho gestito l'esame di licenza di solfeggio (con voti inimmaginabili considerando quanto ero scarsa il primo anno).
In tutto questo il fatto di non aver avuto periodi brutti (o almeno non che fossero particolarmente lunghi) è stato insolito. E magari in futuro potrei anche rifare la sfida da capo, anche solo per avere una scusa per pubblicare foto dei gelati mega che mangio a merenda.

sabato 31 maggio 2014

Cose curiose di oggi. (Day 39)


  • Finalmente ho dormito per un tempo sufficiente, con annesse due buone orette di rotolarsi nelle coperte in attesa della voglia di alzarsi, ed era tanto tempo che non mi tiravo su a un orario tipo undici e venti, e a dire il vero erano anche due o tre settimane che non dormivo abbastanza.
  • Il viola a teatro non porta sfortuna. Tutta la mia fluente capigliatura era viola sotto quei riflettori dorati (tra l'altro caldi, ma caldi, che neanche le lampade dei forni), nessuna prova generale dall'inizio alla fine, due dei sei attori/lettori principali non avevano mai provato lo spettacolo, ma nulla è andato storto.
  • Per andare a fare il suddetto spettacolo avevo messo in conto la necessità di avere con me un paio di auricolari, ma ne ho avuto così poco bisogno che mi sono ricordata solo cinque minuti fa che li avevo infilati nella tasca della felpa, potrei benissimo averli lasciati a Calcara senza essermene accorta.
  • Guardare le foto di quando avevo i capelli del mio colore naturale mi fa strano. Se dovessi mai voler tornare ad avere il mio colore, ci metterò degli anni tra ricrescite e cose varie, e quando ho fatto la prima tinta a febbraio (che era un bel mogano potente) non ci avevo pensato. Ma non mi pongo il problema, perché questo color melanzana (anche se io preferisco dire che è un color mora) mi pare proprio il mio colore ideale, e in tanti mi dicono che sto meglio così.

martedì 22 aprile 2014

One Hundred Happy Days.

Dovrei star dormendo. Ma va', non succede mai che stia sveglia più del dovuto. Vacanze di Pasqua finite in un soffio, durate quanto un normale weekend. Anche se ho fatto più cose, che di solito non faccio (io che esco la sera e sto fuori fino alle undici e mezza? Una cosa del genere non si era mai vista, andiamo). Quello che resta adesso sono due settimane in cui si andrà a scuola tipo quattro giorni in tutto. Passeranno in fretta anche quelle, lo so. Domani è uno di questi quattro o cinque giorni. Ed ecco perché dovrei star dormendo, appunto.

Però di dormire non ne ho voglia, se non altro perché così assaporo gli ultimi attimi di vacanza (?), o forse perché ho nel petto questo strano senso di vuoto, antipatico promemoria del fatto che avrei potuto sbrigare diverse faccende in questi giorni e invece non mi sono mossa per niente. Specialmente oggi. In fondo, che mi costava stare di meno attaccata al computer a perdere il mio tempo in fefinerie per fare qualcosa di utile, se non agli altri, quantomeno a me stessa?

Da un po' di tempo, addirittura da prima delle vacanze, stavo pensando di cominciare una specie di sfida, che consisterebbe nel trovare ogni giorno per 100 giorni qualcosa che mi renda felice anche solo un minimo. Ci ho messo un po' a decidermi definitivamente per una serie di motivi - questo non è un gran periodo e anche adesso che ho preso la mia decisione non sono del tutto sicura che riuscirò a portare a termine la cosa. Però domani si comincia. Ci si prova. Magari a scuola mi farà schifo starci, magari a casa l'ambiente non sarà dei migliori, ma qualcosa di positivo in un'intera giornata ci deve pur essere. Se riesco ad applicare l'intero ragionamento ai prossimi 100 giorni, dovrebbe essere fatta.

Proviamo questa cosa, e vediamo come va.

domenica 15 aprile 2012

"Tu sei chi scegli e cerchi di essere".

Ieri sera alla tv c'era Il gigante di ferro. Non potevo non guardarlo. Anche se iniziava alle 11 e finiva ben oltre mezzanotte. Anche se sulla carta è un film d'animazione per bambini. Anche se ho 15 anni e mezzo. Anche se l'avevo già visto almeno altre tre volte. Non so se avete presente qual è, ma credo che sia uno dei film d'animazione più profondi che esistano. L'avranno dato alla televisione almeno 3 o 4 volte, credo.
Hogarth e il gigante, i due protagonisti della storia.

Ero determinata a guardarlo tutto, da cima a fondo, tant'è che, pur di vedere il finale (sebbene comunque io sapessi come andava a finire), sono rimasta l'unica sveglia in tutta la casa, col volume basso basso e immersa nella mia contemplazione, il respiro serrato per non perdermi nemmeno una parola. Ne era passato di tempo, da quando l'avevo visto l'ultima volta, ed ero in condizione tale da non capire del tutto, forse nemmeno ora ho capito del tutto, ma mi ha dato incredibilmente da pensare. Appena mia madre e i miei fratelli sono andati a dormire, e io sono rimasta sola davanti allo schermo, ho iniziato a piangere spudoratamente. Questo per diversi motivi: intanto, come potete leggere nei miei post più recenti, avevo addosso uno stress particolare che mi portava seriamente ad aver bisogno e persino voglia di piangere; poi, tutti i film in cui si fa un'analisi psicologica dei personaggi mi fanno un po' questo effetto, in qualche modo è come se nel corso del film mi affezionassi; e in particolare, mi faceva tenerezza l'analisi psicologica del gigante, che arriva a cambiare la sua natura di arma, ad avere un'anima, a dimostrarsi, nel corso della storia, il più umano di tutti.
Non è una semplice storia di robot futuristici, e va molto oltre lo status di cartone per bambini. Infinitamente oltre. Penso che sia estremamente profondo, che possa essere guardato veramente a qualunque età, e ad ogni età corrisponde un livello di comprensione diverso. E sono poche le storie che hanno questa particolarità.
Parla della vita, della morte, dell'anima, parla della guerra e della sua inutilità, di quanto possano essere dannosi i pregiudizi, di quanto sia sbagliato accusare e attaccare ingiustamente qualcuno di innocente, in 83 minuti ti sbatte in faccia tutta la stupidità umana e il bene e il male e la paranoia e l'altruismo gratuito. Cose meravigliose e terribili, e sono tutte condensate in un solo mondo. Forse un bambino può anche comprendere tutto questo. Però guardarlo dopo aver preso coscienza dello sfondo storico (è ambientato nel 1957, in piena guerra fredda) è tutta un'altra cosa.
Parla delle armi. L'insensatezza della violenza. Perché fare del male? Perché tanto accanimento contro chi è diverso da noi, o infinitamente più grande, o infinitamente più piccolo? Perché c'è un senso di proprietà così forte da spingerci a ferire gli altri? Perché tutto ciò che c'è di bello è anche abbastanza fragile da essere distrutto con un solo colpo di fucile? Armi. Oggetti creati appositamente per ferire, senza nessun altro scopo. La materializzazione dell'odio. Armi giocattolo. Ho sentito da una mia prof che i bambini, quando giocano (tipo giocare a fare la mamma o fingere di cucinare), fanno semplicemente pratica per la realtà che affronteranno poi, come in una simulazione dove non possono farsi male. Armi giocattolo! Esercitarsi a distruggere. Forse sto esagerando, però se siete arrivati a leggere fin qui, fermatevi un attimo e pensateci su. E, se potete, lasciate un commento su cosa ne pensate.

Finito il film, ho spento la tv trattenendo i singhiozzi e domandandomi "perché tutto ciò?". Mi ha sconvolta. Mi ha quasi impartito delle lezioni di vita.

Ed è uno dei pochi cartoni per vedere i quali non mi vergogno di stare alzata fino a tardi.