L'ho già scritto qui. L'adultità non fa per me. Una parte di me la ripudia. La mia psicologa mi ha detto svariate volte che in realtà io sono già un'adulta. Sembra un'ovvietà, detta così. Il sottotesto è un altro. Io ripudio l'adultità perché ritengo di non comportarmi all'altezza di un'adulta. Non corrispondo al mio modello mentale di un'adulta: responsabile, ligia, solerte, ordinata, quasi abnegata, forse subordinata (forse non mi ero mai soffermata davvero sulla mia rappresentazione dell'adultità, sembra davvero deprimente, all'improvviso non mi biasimo per non voler affatto essere così). Però di fatto ho il potere (azzardo: il diritto) di riscrivere quel modello e di dirmi: anagraficamente, sono un'adulta, quindi gli adulti si possono comportare anche come dei mezzi scappati di casa e questo non li rende meno padroni di loro stessi e delle loro azioni. Anche se mangio troppi bastoncini di pesce e non so andare a dormire a un orario normale (ma giuro, giuro! Nelle ultime due settimane ho fatto dei grandi sforzi in questo senso, che hanno avuto un impatto estremamente positivo sul mio quotidiano, tranne per il fatto che alle 23 invariabilmente mi viene sonno, con grande disappunto della parte di me che si identifica fortemente nel proprio carattere notturno), dicevo, anche se vivo in modo sregolato, nessuno mi chiederà conto di queste mie storture, e non devo chiedere il permesso a nessuno per fare qualcosa che mi piace.
NON ERA COSI' CHE VOLEVO INIZIARE IL POST E NON ERA DI QUESTO CHE VOLEVO PARLARE. Ma va bene lo stesso. Questo blog è diverso da qualsiasi altra piattaforma su cui mi esprimo per iscritto, ed è specialmente diverso dal diario. Ecco un altro dualismo idiosincratico della mia vita adulta: le mie parti più creative ed espressive mi sono completamente inaccessibili se mi esprimo con un mezzo privato. Non conto davvero che la gente legga le parole che pubblico qui, ma siccome è una piattaforma pubblica, ecco che divento un animale da palcoscenico, seppur fatto solo di pixel neri su bianco in Times 12 (nell'editor). Ecco che quando mi esibisco, mi esibisco davvero tutta intera, tirando fuori associazioni mentali e lati di me che non ho esplorato neanche in cento sedute di psicoterapia. Anche i voli pindarici sono una caratteristica quintessenziale di questo blog. C'è un che di esaltante nel ritrovarmi ancora capace di farne, io che ogni tanto penso di aver perso lo smalto e di non ragionare più come prima.
Comunque, in realtà parlando di sregolatezza non ero lontana dal tema. Solo che ho visto un intero paragrafo materializzarsi all'improvviso, a partire una premessa che doveva essere semplice, e mi sono lasciata prendere dal panico. In questi giorni una domanda mi attraversa spesso la mente: la me stessa adolescente, che aveva appena aperto questo blog e vi riversava dentro TUTTO il proprio mondo interiore a cadenza giornaliera, che ne penserebbe di me? La seguente carrellata è un goffo tentativo di convincermi che sarebbe entusiasta, se non meravigliata.
Ho uno stile un po' camaleontico. Ogni tanto mi vesto da persona normale (da adulta responsabile, ligia, solerte, eccetera), ma nella maggior parte dei giorni credo di avere un vestiario abbastanza punk: salopette, felpone, pantaloni cargo, una giacca a vento verde incredibile. (Ciononostante, vengo percepita come una brava ragazza per i miei modi accomodanti: un'etichetta che non riesco a scollarmi di dosso, per quanto io ritenga di avere un aspetto, se non inusuale, quantomeno non convenzionale. Non capisco mai su cosa si basa la gente quando me lo dice). Il mio guardaroba si sta sdoppiando perché a scuola non me la sento di portare i capi più sgargianti (me la sento benissimo però di indossare i miei ultimi cargo, dei pantaloni da skater col cavallo bassissimo presi in un reparto uomo; me la sento altresì di indossare le vans hylane, un tipo di scarpe ciccione skaterone che non avrei mai comprato se non per alcune circostanze fortuite che si sono verificate e non approfondirò in questa sede -- nondimeno, questo è esattamente il tipo di vestiti che desideravo ardentemente a 14 anni). La cosa bella è che i capi colorati, insieme ai trucchi occhi più fantasiosi, me li tengo per le occasioni migliori: jam session, concerti della Combo Suonda, ritrovi tra amici -- occasioni che si presentano a cadenza almeno bisettimanale.
E a proposito, sì, sono una professoressa di scuola superiore. Non so ancora come mi sento a riguardo. Ho un potere molto grande sul tipo di persone che bullizzavano la me piccola, cosa che le piacerebbe un sacco. Non uso questo potere per vendicarmi, perché ho fatto abbastanza sedute di psicoterapia per non averne bisogno, la qual cosa non so se incontrerebbe altrettanto gradimento. Però li sgrido e sono molto severa di fronte ai comportamenti denigratori, anche di fronte alle cose dette "per dire". Se fossi la prof di me stessa ci staremmo simpatiche, credo.
La bici è la mia vita. Non nel senso più agonistico del termine, ovvero, non passo le mie domeniche in sella a inerpicarmi su sentieri sterrati. Intendo dire che la bici è una parte molto importante della mia quotidianità e della mia identità. Abito in città da ormai oltre cinque anni e con la bici in 20 minuti sono dappertutto. Posso andare in bici con qualsiasi meteo e qualsiasi temperatura (nei limiti di quelle che sperimento a Padova), purché armata all'occorrenza di guanti, sciarpa, berretto e impermeabile. Con il nuovo lavoro, che ha comportato un ritorno al pendolarismo (anche se grazie al cielo si tratta solo di un quarto d'ora a tratta), sto avendo l'occasione anche di sperimentare la bici pieghevole: partiamo da casa insieme, sale sul treno con me, mi porta fino a scuola, ed è lì ad aspettarmi quando ho finito per tornare a casa. Non le ho ancora dato un nome, di solito non lo faccio, ma sento che forse sarebbe giusto. Non mi serve la macchina. Quanta ansia avevo di doverne comprare una quando non sapevo in che scuola sarei finita, e quanto sono stata sollevata di constatare che non ne avevo bisogno! Oggi sono andata a chiedere il rinnovo della patente. Mi è stato chiesto: "Quando le scade?". Ho risposto: "Due mesi fa".
Anche la musica è la mia vita. Sto con un musicista, scriviamo e suoniamo e cantiamo assieme e piano piano stiamo accumulando un piccolo repertorio. Sono ancora in rotta con la chitarra, l'ultimo anno di dottorato si è frapposto tra di noi come una grave crisi coniugale. Ma ho trascorso molto tempo suonandola nei circa 3 anni precedenti, e non mi sento di dire che sia stato inutile. In compenso, sto imparando a suonare il piano, strumento che mi affascina e mi stimola enormemente. In qualche modo penso che non valga la pena sforzarmi di suonare la chitarra finché non mi verrà di nuovo spontaneo farlo. Tutti i concetti che ho studiato a un certo punto, li ho davvero capiti anni dopo (anche senza praticarli con le mani. Semplicemente, ogni tanto mi viene in mente qualcosa che qualche maestro mi ha spiegato e mi rendo conto che quando mi è stata esposta non l'avevo davvero capita). Ho scoperto anche la gioia pura che è suonare la batteria. Un giorno o l'altro farò la stupidaggine e ne comprerò una.
A proposito di dottorato e di scuola, fin da quando sono stata certa di aver passato il concorso docenti, cosa che mi avrebbe portata definitivamente fuori dall'accademia, tutti mi hanno sempre chiesto perché lo facevo, ritenendo che in un ambiente come la scuola pubblica io sia una mente sprecata. La risposta più breve e sincera che posso dare è: il mestiere della ricerca l'ho provato, non mi sono sentita pienamente a mio agio nel farlo forse nemmeno per un giorno. Capace sì, competente a volte, ma la maggior parte dei giorni per me la sfida più grande era trovare la forza di presentarmi al lavoro. Perché? Non lo so. Immagino che dover trovare da sola la risposta a delle domande nuove mi desse particolarmente ansia. In un certo senso, questa esperienza mi ha fornito l'esempio più concreto del fatto che l'abilità in un campo non va necessariamente di pari passo con la gioia e la soddisfazione che ne ricavi. Solo perché sono bravetta, non vuol dire che devo dannarmi per poter essere un'eccellenza -- un'eccellenza triste e frustrata. Sganciare il talento dall'obbligo morale di eccellere è un'operazione interiore che potrebbe avere dei risvolti interessanti sulla mia vita. D'altronde, ci sono talmente tante discipline in cui sono versata al punto da aver suscitato, in qualche momento, osservazioni del tipo: "sei sprecata a non fare questo nella vita". Beh, ho capito che la mia vita deve rispondere alle mie aspettative e la mia soddisfazione maggiore è rimanere una generalista. Non potrò mai realisticamente esprimere tutto il mio potenziale in tutti i campi in una vita sola, e se ne scegliessi solo uno mi sentirei vuota, come se veramente fossi sprecata a non fare niente altro di diverso.
In definitiva penso che se la me adolescente mi conoscesse le piacerei. Io dal canto mio potrei raccontarle un sacco di cose rincuoranti sul suo futuro personale.
Nessun commento:
Posta un commento